mercoledì, 09 settembre 2009

DIECI COSE CHE TI FANNO CAPIRE CHE STAI INVECCHIANDO

1. ti lamenti perché i cellulare che fanno oggi hanno i tasti troppo piccoli
2. i ragazzi che frequentano la scuola vicino a casa tua hanno anni di nascita che ricorrevano nei titoli delle compilation estive che ascoltavi da ragazzino
3. apprezzi un sabato passato sul lago d’Orta con “vecchi” amici
4. rinunci agli aperitivi perché “si mangia male e faccio fatica a digerire”
5. quando il commesso della MediaWorld ti chiede se il cellulare lo vuoi con il bluetooth fai finta di non aver sentito la domanda
6. incominci ad assumere un profilo da ET e la pancia è “solo un po’ di gonfiore”
7. non conosci il significato di molti dei tasti sul telecomando del lettore dvd
8. temi che la barba un po’ lunga ti dia un aspetto trasandato
9. ti piace fare la spesa al mercato col tuo fidanzato il sabato mattina
10. pensi che avresti proprio bisogno di qualche pantalone “classico” in più

postato da: moroconocchiali alle ore 16:06 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 01 agosto 2009

LICENSE TO KILL

Man thinks 'cause he rules the earth, he can do with it as he please
And if things don't change soon, he will
Oh, man has invented his doom.
First step was touching the moon.

Now, there's a woman on my block.
She just sit there as the night grow still.
She say who gonna take away his license to kill?

Now, they take him and they teach him
And they groom him for life
And they set him on a path where he's bound to get ill
Then they bury him with stars
Sell his body like they do used cars

Now, there's a woman on my block
She just sit there facin' the hill
She say who gonna take away his license to kill?

Now, he's hell bent for destruction
He's afraid and confused
And his brain has been mismanaged with great skill
All he believes are his eyes
And his eyes, they just tell him lies

But there's a woman on my block
Sitting there in a cold chill
She say who gonna take away his license to kill?

You may be noisemaker, spirit maker, heartbreaker, backbreaker;
leave no stone unturned
May be an actor in a plot, that might be all that you got
till your error you clearly learn

Now he worships at an altar
Of a stagnant pool
And when he sees his reflection, he's fulfilled
Oh, man is opposed to fair play
He wants it all and he wants it his way

Now, there's a woman on my block.
She just sit there as the night grow still.
She say who gonna take away his license to kill?

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venerdì, 24 luglio 2009

TELEFONATE

“Allora quando vieni su a trovarci che almeno qui fa un po’ più freschino che giù a Milano?” I punti toccati sono più o meno sempre gli stessi: la festa del paese a fianco, la conferenza dell’università della terza età sugli artisti locali che intagliano madonne nere nella polenta, le sacche di sangue che mio padre trasporta su e giù per gli ospedali della provincia (pensionato, fa il volontario sulle ambulanze), la novantenne parkinsoniana che racconta di essere stata due volte Miss Italia e gli ottimi conigli strangolati da mio zio con grande gioia e gusto dell’orrido e regalati a mia madre come visoni. Non succede molto a una coppia di sessantacinquenni che vive nella Valle ****. E le telefonate intergalattiche tra loro e me (il figlio che vive “giù per Milano, fa il giornalista”) sono riti, e il copione è sempre lo stesso: risponde mia madre che mi racconta i fatti del giorno di cui sopra, poi colloquio con mio padre che mi viene passato mettendo la mano sul microfono (da cui sotto si sente “è l’Andrea, oggi gli si può parlare” facendo riferimento al mio umore). Alle due parole smozzicate con il Capofamiglia segue un ulteriore colloquio con mia madre che nel frattempo ha consultato il biglietto che tiene nel cassetto su cui si appunta le cose da dirmi (“portami su i pantaloni che gli devo cambiare la lampo!”). Chiudono, infine, i saluti: se lei non ripete “ciao”, “stai attento” (ma a cosa?) e “fatti sentire” almeno 10 volte non riesce a riporre il ricevitore. Il fatto curioso di questa manfrina è che sono sempre loro due a parlare: in totale io proferisco poche decine di parole generiche (“sì”, “tutto bene”, “solite cose”, “niente di particolare”).

 

Due o tre volte la settimana mi lascio stordire dalle parole dei miei genitori, da quelle di mia madre in particolare. Io non rispondo, ma tutto sommato credo a lei vada bene così. Le basta parlarmi, inondarmi della sua (striminzita) vita, riempirmi di parole che (lei spera) mi fanno sentire a casa, quando ormai “casa” per me non è quello che lei crede. “Quando vieni su fammi un altro cd”, mi dice oggi. Da che le ho regalato un piccolo stereo e qualche cd non fa che ascoltarli, a ripetizione. Cd masterizzati da me: non so se le piace la musica che le ho regalato, ma lei continua a farli girare, quei “dischetti” (come li chiama lei). E a ogni giro si sente più vicina a me. “Questi che mi hai portato li ho imparati a memoria” mi dice. E nel silenzio delle mie parole che non escono sento qualche flebile nota che passa dalla cornetta. È “I will survive” di Gloria Gaynor.

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giovedì, 18 giugno 2009

FALSI E CORTESI

 

Tanto tempo fa mi capitò di ragionare, con un conoscente siciliano da poco trapiantato a Milano per lavoro, sulle abitudini dei milanesi in occasione di compleanni e avvenimenti vari da celebrare insieme. Questa persona mi raccontò che era appena stato invitato a festeggiare il compleanno di una collega con un aperitivo a cui si erano dati appuntamento amici e conoscenti. La serata si svolse tranquillamente, ma quando arrivò il momento di pagare il mio conoscente si accorse che l’aperitivo non era stato offerto dalla festeggiata come lui si era immaginato, povero provinciale abituato alla buona educazione che in città è così démodé. Dalle mie parti quando uno fa il compleanno e invita gli amici a bere, è lui che paga - diceva stupito. E io a spiegargli quasi imbarazzato che a Milano non funziona così: in questa città che produce tanto Pil ma ben poca educazione, se ti invitano a passare del tempo con te con tanti sorrisini e chili di smancerie, devi capire che lo fanno perché “si fa così”, non perché realmente conti qualcosa per la persona che invita. E poi, vogliamo mettere? Pagare da bere è cosa d’altri tempi. Da osteria di paese, forse, non certo da happy hour in Brera. Qui a Milano – raccontai al conoscente stupefatto – capita anche che la gente ti inviti a una festa organizzata a casa e poi ti chieda di pagare la tua quota di cibaglie comprate per festeggiare: a me è successo.

 

Penso di capire l’atteggiamento ostile che molti “trapiantati” a Milano hanno sviluppato nei confronti dei milanesi, proverbialmente falsi e cortesi. Insomma, se proprio non possono tirarsi indietro dal mostrare il braccino corto, che almeno ci risparmino le false buone maniere.

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sabato, 13 giugno 2009

NO SMOKING

Ho letto oggi questa notizia. E ho riflettuto sul fatto che da un po’ di tempo, almeno da quando in Italia è entrata in vigore la legge che vieta la sigaretta in tutti i luoghi pubblici, sono diventato intollerante al tabacco. Se infatti da un lato ho sviluppato un fastidio fisico per l’odore che il fumo lascia addosso e un’intolleranza alle nuvolette “sputate” da chi con estrema maleducazione ti fuma in faccia, dall’altro è nata in me una notevole repulsione in senso lato nei confronti dei fumatori in genere. Chiamatemi pure snob, ma non posso fare a meno di giudicarli irrispettosi, presuntuosi, maleducati. Naturalmente cerco di convincermi che questa non può che essere una generalizzazione: non tutti i patiti della sigaretta avranno la pessima abitudine di fumarti davanti senza chiedere il permesso, in fondo si dovrebbe trattare di buona educazione!

Eppure la mia esperienza sembra dirmi il contrario. La maggioranza dei fumatori che ho avuto occasione di incrociare nella mia vita erano realmente poco inclini a rispettare la volontà dei non fumatori di non intossicarsi. Non solamente: erano spesso persone poco rispettose anche sotto altri aspetti, persone abituate a considerare i loro bisogni come imprescindibili e a non vedere quelli degli altri. In altre parole, gente egoista, egocentrica, antipatica e antisociale.

Continuo a cercare di convincermi che il legame tra vizio del fumo e carattere sia del tutto arbitrario, frutto di una mia visione distorta, eppure un’istintiva repulsione mi tiene sempre più lontano da chi nonostante i divieti non ha perso il vizio e continua orgogliosamente a fumare. Magari (in questo le donne sono maestre) accompagnando il gesto della sigaretta con quelle espressioni artefatte e vezzose che fanno tanto persona socialmente affermata.

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giovedì, 11 giugno 2009

CAVE CANEM

 

La stazione di provincia è ustionata dal sole di metà giugno. Pochi passeggeri e due operai al lavoro. A torso nudo, sono carbonizzati dal sole. Maschi.

 

Un anziano passeggero ha in braccio un cagnolino. Uno yorkshire che lui chiama “Lady”. L’anziano è sfatto, troppo magro dentro ai vestiti che indossa, lo sguardo inutilmente vispo, la camminata vezzosa. Sembra pazzo. Ma guarda, e riguarda, i maschi operai. Butta lì una frase ai due, una battuta. Senza pretese e senza risposta.

 

Intanto il silenzio del primo pomeriggio è spaccato in due dal passaggio di un treno ad altissima velocità, che copre ogni suono e spazza via i pensieri. “Bisogna stare attenti quando passa il treno” dice il vecchio agli operai, che guardano con occhi trasparenti. “Se non lo tengo bene, il vento che sposta il treno me lo risucchia, il cane. Come un aspirapolvere”. Un mezzo sorriso dei maschi, virilmente ebeti. Uno dei due glielo accarezza, il cane. Nessuno lo sente, ma il vecchio sta quasi ansimando. Nella stazione di provincia ustionata dal sole.

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domenica, 07 giugno 2009

COSA NON E’ L’AMICIZIA

 

Oggi pensavo a un episodio che mi è capitato circa due anni fa. Un sabato mattina, svegliandomi, mi accorsi che ladri erano entrati in casa mettendo a soqquadro una stanza e portandosi via qualcosa. Niente di valore, certo, ma i documenti erano spariti tutti. Mi ritrovavo così in casa da solo – allora non ero ancora fidanzato – senza soldi, senza carta d’identità e senza bancomat. Come prima cosa bloccai tessere e cellulare e corsi a fare denuncia.

 

Ero piuttosto scosso, come è normale quando qualcuno ti entra in casa mentre dormi (probabilmente fui narcotizzato). In mattinata mandai un’email a tutti i miei contatti per raccontare dell’accaduto dicendo che se avessero avuto bisogno di me mi avrebbero dovuto cercare sul fisso, visto che anche il cellulare era stato rubato.

 

In breve. Alla mia email risposero due persone: I., che si offrì di venire a trovarmi, e T., il ragazzo che allora frequentavo, che venne a trovarmi e a farmi la spesa. Dagli altri amici, o presunti tali, vi fu il più completo silenzio. Non una telefonata per chiedermi come stessi (è normale essere scossi in questi casi, no?), non una persona che venne a trovarmi per il semplice piacere di stare con me.

 

Ma non è tanto questo a cui pensavo con dispiacere. Fu una risposta a quell’email a lasciarmi di stucco. L’amica che credevo tale, se non altro per una conoscenza decennale, con il suo solito stile infantile alla Hello Kitty mi rispose all’incirca con un “oh povero A., mi dispiace tanto. Bacini bacetti” più poche altre smancerie da email, salamelecchi virtuali che non ricordo più, ai quali ovviamente non fece seguito una sua concreta offerta di aiuto.

 

Pensavo a questo episodio di disgustosa finzione verbale – quella delle smancerie che abbondano virtualmente ma che non corrispondono ad alcun atteggiamento reale – perché mi trovavo poco fa a pensare se chiamare o meno questa amica per ricordarle della mia imminente festa di compleanno. Non ho voglia di usare smancerie per giustificare il fatto che non ci si vede mai: del resto è lei stessa a ricordarmi ad ogni occasione che ci sentiamo (ormai rarissime) che in fondo “abiti troppo lontano, che sbatti!” (da pronunciarsi con intonazione trendy-milanese). Per la cronaca, l’interminabile distanza è quella che separa corso Sempione da Lambrate.

 

Forse non c’è bisogno di chiudere definitivamente una relazione di amicizia come si fa con le storie d’amore. Ma di certo è d’obbligo capire cosa non è una relazione d’amicizia.

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sabato, 06 giugno 2009

DIGNITA'

Vicolo Desolazione è sempre più desolante. Ora una triste donna di mezza età urla nel cortile vuoto davanti a un citofono: “lui non deve permettersi di mandarmi affanculo, fallo scendere che gli gonfio la faccia”. E al vociare che esce dal muro, risponde: “mi ha mandato affanculo, adesso chiamo i carabinieri e lo denuncio, che mi deve chiedere scusa”. Scena di sguaiata mortificazione: buttiamo via la dignità in un pomeriggio di vento che soffia forte e scompiglia capelli e pensieri.

postato da: moroconocchiali alle ore 18:26 | Permalink | commenti
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giovedì, 12 febbraio 2009

EROE ROMANTICO

Capita a volte, come stasera, che io mi senta stranamente pieno di energie. Considerando che non è mia abitudine tirare cocaina, rimango piacevolmente sorpreso da questi momenti che fanno da contraltare a quelli di appiattimento. Ragionando, però, mi rendo conto che queste fasi di ipereccitazione non sono poi così tanto fertili in termini creativi come si potrebbe immaginare. Anzi. Finisce sempre che mi agito qua e là facendo e disfacendo cose inutili, progettando e pianificando, senza giungere a nulla di sostanziale. Forse – incomincio a pensare – è per me più creativa la malinconia, il vague des passions, lo spleen. La malinconoia. E grattiamoci gli zebedei con quest’ultima citazione.

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giovedì, 29 gennaio 2009
RECUPERI, PROPOSITI E TRENI

Sì, grazie. Ora sto un po’ meglio. Devo dire che forse esageravo un po’, qui sotto. Ora è un po’ diverso. Voglio dire, il lavoro alla fine è una gran cosa. Se non altro ti aiuta a non pensare, a concentrarti sulla concretezza delle cose. E per uno come me è perfetto.

Proposito per il nuovo anno, un po’ in ritardo, è tornare a riempire un po’ questo blog che ho praticamente abbandonato. Mi fa bene, sono certo. Fa bene anche alla scrittura, visto che il lavoro di adesso ha in parte messo da parte la mia passione – o presunta tale – per la scrittura.

Secondo proposito per il nuovo anno: dare una svolta al lavoro. Non che non funzioni quello di adesso, tutt’altro. Semplicemente inizia a starmi un po’ stretto. Non vorrei fossilizzarmi, capite? Peccato che non capisco se per certe svolte sono pronto oppure no, se sono in tempo o se ho perso troppi treni.

Ecco: perdere un treno. Una metafora angosciante, questa, che mi è capitato di sentir da molti, parlando di occasioni lavorative mancate, di giovani speranze invecchiate nell’inedia della routine, di professionisti mancati perché incapaci di cogliere opportunità. Forse ne ho persi anch’io di treni, solo che non avendoli nemmeno visti passare non ci ho fatto caso. E questo mi inquieta non poco. Chissà.
postato da: moroconocchiali alle ore 18:51 | Permalink | commenti
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